BRANO 2^ CAPITOLO

BRANO 2^ CAPITOLO

Il funerale

L’ampio cielo come il petto di una vecchia zitella: una buccia spessa di pelle morta. Le stelle si mangiavano fra loro, mentre la luna era un cadavere Diapositive1impiccato nel buio e gli alberi della strada puttane di un angusto bordello alla caccia di uomini smarriti.

Da solo stava appeso orfano com’era, senza assomigliare a nessuno, a parte un cagnolino nudo e dimenticato sull’asfalto, dal cui teschio spuntano corvi che volano per poi mangiare i nomi e inghiottire i mondi.

Quanto aveva cercato di imitarlo. Il suo rivale era ironico davanti ai riflettori. Così agile. Giocava con le parole come un calciatore di talento si palleggia la sfera da un piede all’altro, dribblando tutti quanti come vuole, talvolta bloccando la palla sulla testa lasciando tutti di stucco, a bocca aperta davanti al giocoliere.

Non aveva mai amato Burghiba neanche un po’, ma poi era divenuto necessità. Era il suo obiettivo, il suo riparo, il suo nemico e la sua scusa per commettere qualsiasi cosa. E oggi dorme tranquillo mentre il chiasso fa a pezzi il gorilla. Aveva fatto l’impossibile per essere al suo fianco. Aveva vegliato su di lui dagli spiriti, dai vermi e dalle memorie.

Una divisa. Non c’era altro modo per giungere a lui se non quella divisa azzurra. Da guardiano del mausoleo. Gli piaceva appartarsi con lui da solo a solo. Faccia a faccia. Il gorilla generato dal dio bianco dagli occhi azzurri.

****

Quel giorno, cambiò tutto. Il feretro del capo davanti a tutti camminava disteso sul carro militare avvolto da tutto il paese, trascinandosi dietro il mondo di corsa. Quello, come un dio disteso sul carro militare, avanzava verso il suo villaggio diventato città, mentre lui in coda al lungo corteo si prendeva le spallate e i calci. Le facce si spintonavano insieme ai corpi attorno a lui per attraversarlo e giungere al feretro. Annegandolo di insulti e maledizioni. Era d’intralcio al movimento dell’ultima corsa dietro al feretro del dio bianco. Il gorilla vedeva se stesso gridare in mezzo alla folla che correva: “Sono suo figlio, il suo unico figlio, venite da me, venite a farmi le condoglianze”. Affogando nelle lacrime d’orfano e dell’ingratitudine patita, mentre tutti gli altri

Da solo cammina dietro al feretro come una timida verità. Diviso dalle feroci menzogne. Mangiato dalla febbre della sconfitta, vede se stesso in un cappottone dentro un cunicolo buio in un territorio sconosciuto. D’un tratto gli viene in mente la figura del suo genitore nell’isola di La Galita che passa i mesi d’esilio con quello stesso cappotto.

Tutti e due sono soli. Tutti e due sono esiliati. Mangiati dal freddo, il funerale avanza come la cammella di un profeta, seguita da una carovana che va come lui aveva voluto, e dietro alla carovana un gorilla carne della sua carne , lasciato improvvisamente al buio.

Solo quel giorno lo aveva amato e se l’era presa con tutti gli accompagnatori del funerale. Quando la macchina nera si mise a rallentare, i vip si dispersero e le lacrime di circostanza evaporarono man mano che le telecamere dei telegiornali sparivano, sicché il gorilla rimase solo riparandosi con il pelo nero e l’asfalto della strada.

Tenta di emettere il suo antico grido, le mani lo tradiscono, gli precipitano sul petto come due cadaveri, l’immagine del gorilla crolla per ridursi a una scimmietta dimenticata nel deserto, che cerca un albero, un ramo, una liana o un cobra che lo morda, per mettere fine al suo tormento. Su di lui regna il nero e svanisce nell’antico dolore.

Un altro pallone da parare coraggiosamente. Un altro pallone lo ha lacerato per poi ributtarlo insieme agli scarti dell’esistenza in panchina.

***

Eccolo adesso gironzolare sopra l’orologio come una pantera rabbiosa, cercando fra il pubblico di formiche là sotto una preda. Era sparito da due anni e non era mai stato rintracciato, finché non era riapparso in cima alla torre dell’orologio in questa controra mortale del 3 di agosto. Il compleanno dell’uomo dagli occhi azzurri che tutti avevano d’un tratto dimenticato. Se solo potesse, mentre sta appeso lì sopra l’orologio rimuginando da un’ora parole incomprensibili, parlar loro di quella sua notte.

 

BRANO ULTIMO CAPITOLO

 

Nella notte sono entrate in azione le milizie. Le pallottole ci sibilavano sulla testa. La mia piccola moglie trema. Notizie di irruzioni e stupri. Mi chiede vedendo nostro figlio Harùn giocare e saltare di gioia per un qualche motivo:

– Che farai se ci attaccano? Ti prego, non difendere me, pensa solo a Harùn.

– Sta’ zitta per favore, le dico.

– … voglio che Harùn viva, meglio che moriamo noi.

Cerco di calmarla. Devo uscire per radunare i vicini e stare di guardia. Mi porto un piccolo coltello dalla cucina e una spranga di ferro. Suono il campanello del vicino. Non risponde. Non c’è nessuno in casa, o magari ha una paura fottuta e non vuole venir fuori. Le irruzioni si avvicinano. L’inquilino cinese del piano di sopra: neutrale perfino nella paura. Grido su per le scale del palazzo vuoto: “Inquilini, scendete, scendete ragazzi… vi scanneranno a uno a uno”. Nessuna risposta da nessuno. So che il palazzo è semi-vuoto e che il portone è sempre aperto, senza serratura. E, peggio ancora, al terzo piano abita uno che si sospetta sia delle milizie del partito.

Sono tornato in casa. Mia moglie mi ha detto:

– Nessuno risponde, vero?

Ho tentato di calmarla, ma Harùn, che ha due anni e mezzo, faceva un gran baccano in casa e non gli possiamo spiegare che ci hanno comunicato che c’è il coprifuoco. Mi telefona un mio parente che è sottufficiale dell’esercito. Mi chiede come stiamo e mi dice che anche sua moglie è asserragliata da qualche parte mentre lui è di servizio. Il mio parente non mi tranquillizza. Non mi sento per niente tranquillo.

La tv di stato semina il panico mentre un nuovo presidente prende banalmente il potere e interviene dicendo: « Siamo nelle mani di Dio, difendetevi da voi ». Uno stato in agonia che rimette le dimissioni dal suo ruolo di salvaguardia della sicurezza.

Non posso stare a guardare mia moglie negli occhi. Anch’io sono preso dal panico. Mi faccio forte della mia esperienza ad Algeri, dove ho passato un anno, in fuga dalle bassezze del regime del 7 novembre. Stringo una spranga di ferro, avanzo verso mia moglie, la bacio in fronte ed esco fuori di casa. Mi metto a sedere sulle scale. La mia lingua rimugina: mors tua vita mea.

La notte passa via morta. Pesante.

Mi giunge la notizia che le milizie sparano sul mucchio, usano anche i machete e i coltelli e si spostano a bordo di autoambulanze e macchine della polizia. Mi viene in mente che non sono mai salito su un’autoambulanza, non sopporto quella sirena che mi mette il terrore addosso. Ed ecco che adesso si trasforma da scialuppa di salvataggio in assassina. All’improvviso il paese si è trasformato nel set di un film di mafia e il popolo pacifico nella comparsa di un horror holliwoodiano.

Sparano vicino a me, mi metto al riparo dietro al muro. Da lontano giunge il rumore di un elicottero dell’esercito Apro la porta. Una faccia terrorizzata. Mia moglie che mi chiede qualcosa. Harùn è felice e balla. La tranquillizzo dicendole che stiamo bene e che l’esercito ci protegge dall’alto. Harùn viene a chiedermi il suo giocattolo. Una macchinina della polizia. Mi sorprende dicendo:

– Brutto sceriffo.

Sceriffo è il nome della macchina della polizia in « Cars », un cartone animato di macchine di Walt Disney.

– Sì, figlio mio, è brutto, brutto brutto.

– Sceriffo cacca.

Sorrido e lo bacio in fronte. Mi chiedo tornando fuori: è proprio finita l’epoca dello sceriffo?

Mi squilla il cellulare. La voce del mio amico di Ariana dice che stanno sotto attacco e che l’esercito insegue dei miliziani che sparano. Tento di tranquillizzarlo, mi dice che sta bene e che i ragazzi del quartiere sono per strada a far resistenza. Me la prendo con quel vigliacco del mio vicino di casa, col cinese che non mi ha sentito chiamare e con il barbuto viscido del terzo piano che è sceso dalle scale, mi ha guardato scettico e non mi ha salutato. Mi è venuta una paura nuova mentre mi chiedo se andrà a farmi la spia dalle milizie. Lui sa che siamo solo una famigliola senza nessuno che ci protegga. Ricorro al corano per qualche istante. Dimentico la fàtiha, le frasi incespicano, non so quale viene prima. Non so niente a memoria del vangelo né della bibbia, e le sure del corano mi sfuggono per la paura. Mi viene in mente di scrivere, a tentoni trovo la matita nella tasca del cappotto. Non ho neanche un foglio di carta, ho una rubrichetta, la apro nel buio, voglio appuntare qualcosa. Da un’ora sono assillato come da un mancamento, rimetto a posto la rubrica e prendo a morsi la matita. Si accendono le pallottole tutt’attorno a me. Mi appiattisco sotto al muro del palazzo. Aspetto finché non arriva il suono dell’elicottero per tornare a tranquillizzare la famiglia e ricaricarmi di nuove forse con la gioia di Harùn. Mi vedo come il protagonista di « Uomo nel buio » di Paul Auster. Con una guerra feroce che ci esplode fra le mani. Dal fondo della strada si affaccia una grossa macchina… un’autoambulanza! Stringo forte la spranga… il corpo mi si riveste all’istante di un pelo nero. Sento di essere più grosso e che il mio corpo prende a gonfiarsi e a ingigantirsi. Mi batto il petto coi pugni… la macchina si avvicina a me. Da lontano giunge la voce di Harùn: « Papà…sceriffo

A propos kamelriahi

KAMEL RIAHI Kamel riahi: tunisian novelist and journalist , born in 1974. He works as a cultural correspondent for prominent universal broadcasting including; newspapers, televisions and news agencies. He worked as the head of translation department at Arab Higher Institute for Translation in Algeria .In 2010, he returned to Tunisia where he joined the ministry of culture and took charge of the cultural panel in important spaces in the Tunisian’s capital. In 2007, got the “Golden Alcomar” prize to the best novel named “the scalpel” in Tunisia.In 2009 he was the only winner in “the Beirut 39” literary contest organized by high festival foundation to choose only 39 best arab novelists .One of the best five writers under the age of forty selected to participate in “the Bouker’s competition for two rounds. He issued a set of literary and monetary books such as; “Gulls memory” , “Stole my face” , “the scalpel” , “the gorilla” , “the movement of narrative fiction and it’s climate” and “thus spoke Philippe lejeune” and “the novel writing of wasiney al aaradj”.Some of his works have been translated into French,English,Italian,Hebrew and Portuguese languages.
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